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Ecco come Gianni Brera ricordò il suo amico Nereo

«È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. "Prepara il coccodrillo", mi era stato ordinato con presago cinismo. "Un'ostia!", avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Ho sott'occhio un cartoncino per auguri di Capodanno 78/79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: "Gioannin carissimo, contraccambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune purtroppo con l'acqua Fiuggi. Nereo". Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere.

Ciao, Nereo, grazie di essermi stato amico. Da oggi ti piango senza mostrarlo a nessuno. L'istinto bruto sarebbe di insultarti. Pensa cosa si direbbe di noi: tu ridotto all'acqua minerale, io alle invettive del sempiterno goliardo invecchiato lavorando. Il mondo non sa distinguere fra chi beve "per scientiam" e chi per sete banale, o addirittura per vizio.

(...) Lo vedo la primissima volta all'Arena, in un allenamento della Nazionale (primi anni 30): sinistri al volo da mortificare un gigante. La trionfante salute psicofisica dei giuliani non ancora afflitti da angoscia del domani. Mai dimenticati quei potentissimi tiri a volo di pieno collo. Del giocatore Nereo Rock più nessuna notizia. In nazionale trova Gioânnin Ferrari e recede come suo padre. Emigra al Sud e sorride - sempre - ricordando Napoli. Poi, la routine presso casa, la guerra, l'ennesima liberazione d'Italia e di Trieste.

Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà catenaccio. Pensa che giri: vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi. Ma Nereo non ha ancora voce, è ancora lontano dalla ribalta, ma capisce che il "WM" è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero - dico io - da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d'area: in Italia, terra di grandi ingegni, è proibito. Sulla nostra stessa barca sono un po' tutti gli ex calciatori passati alla tecnica. Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite, lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all'italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diavolo e nessuno capisce o vuol capire.Sull'inclita panchina della Juve, Nereo risparmierebbe alla nazionale 10 anni di umiliazioni cocenti. Niente. Il presidente del Padova teme il linciaggio se molla Rocco ai suoi stessi padroni (vende Fiat). Così Nereo deve attendere di approdare al Milan, dove comanda Viani: ed è un gran brutto vivere. Nereo non conosce astuzie dialettiche. È un tonto triestin e quindi non riesce a mentire. "Per mi, 'l calcio xe questo e che no me conti bale!". Vorrebbe andarsene. Guai! Rimane e porta il Milan allo scudetto. C'è anche Rivera piccolo, el bambin d'oro (che per il momento, poco correndo e pensando sul gioco, non molto gli piace). La lotta al WM è già vinta dall'anno del torneo olimpico di Roma. Lui dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali si serve per governare il timone. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Itallienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un po' ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, estroverso e torvo solo per gioco, l'altro tutto introverso, compito, abatin. "Xe Rivera la nostra Stalingrado", si lagna Nereo. L'Abatino è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s'accompagna sempre l'azione. (...)

Caro vecchio Nereo, al tuo ricordo brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio, ti sia lieve la terra».

«È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmeno pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l'amicizia fra me e il mio lavoro insolente. "Prepara il coccodrillo", mi era stato ordinato con presago cinismo. "Un'ostia!", avevo ruggito, con la sua stessa voce. Io so che è già morto, ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello e saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola. Ho sott'occhio un cartoncino per auguri di Capodanno 78/79 con stampati i nomi di Nereo e Maria Rocco. La calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola, ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con disinvoltura: "Gioannin carissimo, contraccambio i tuoi auguri e brindo alle tue fortune purtroppo con l'acqua Fiuggi. Nereo".Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l'ho recepito con dolorosa rabbia. Ho capito che Nereo era morto e che del suo stesso male potrei morire anch'io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere. (...)

Ciao, Nereo, grazie di essermi stato amico. Da oggi ti piango senza mostrarlo a nessuno. L'istinto bruto sarebbe di insultarti. Pensa cosa si direbbe di noi: tu ridotto all'acqua minerale, io alle invettive del sempiterno goliardo invecchiato lavorando. Il mondo non sa distinguere fra chi beve "per scientiam" e chi per sete banale, o addirittura per vizio.

(...) Lo vedo la primissima volta all'Arena, in un allenamento della Nazionale (primi anni 30): sinistri al volo da mortificare un gigante. La trionfante salute psicofisica dei giuliani non ancora afflitti da angoscia del domani. Mai dimenticati quei potentissimi tiri a volo di pieno collo. Del giocatore Nereo Rock più nessuna notizia. In nazionale trova Gioânnin Ferrari e recede come suo padre. Emigra al Sud e sorride - sempre - ricordando Napoli. Poi, la routine presso casa, la guerra, l'ennesima liberazione d'Italia e di Trieste.

Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà catenaccio. Pensa che giri: vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi. Ma Nereo non ha ancora voce, è ancora lontano dalla ribalta, ma capisce che il "WM" è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero - dico io - da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d'area: in Italia, terra di grandi ingegni, è proibito. Sulla nostra stessa barca sono un po' tutti gli ex calciatori passati alla tecnica. Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite, lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all'italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diavolo e nessuno capisce o vuol capire.Sull'inclita panchina della Juve, Nereo risparmierebbe alla nazionale 10 anni di umiliazioni cocenti. Niente. Il presidente del Padova teme il linciaggio se molla Rocco ai suoi stessi padroni (vende Fiat). Così Nereo deve attendere di approdare al Milan, dove comanda Viani: ed è un gran brutto vivere. Nereo non conosce astuzie dialettiche. È un tonto triestin e quindi non riesce a mentire. "Per mi, 'l calcio xe questo e che no me conti bale!". Vorrebbe andarsene. Guai! Rimane e porta il Milan allo scudetto. C'è anche Rivera piccolo, el bambin d'oro (che per il momento, poco correndo e pensando sul gioco, non molto gli piace). La lotta al WM è già vinta dall'anno del torneo olimpico di Roma. Lui dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali si serve per governare il timone. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Itallienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un po' ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro, estroverso e torvo solo per gioco, l'altro tutto introverso, compito, abatin. "Xe Rivera la nostra Stalingrado", si lagna Nereo. L'Abatino è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s'accompagna sempre l'azione. (...)

Caro vecchio Nereo, al tuo ricordo brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio, ti sia lieve la terra».

 

 

 

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