L'Architetto Bruni

un toco de fantasia de Fabio Maj

 


Era già ormai avanzata, la seconda metà dell’Ottocento, si parla del 1869, e Trieste, la terza città di un grande impero dopo Vienna e Budapest, non aveva ancora un civico edificio degno di questo nome. La Città Fedelissima, Città Immediata di cui Sua Maestà l’Imperatore era il Signore dai tempi della Dedizione del 1382 alloggiava i propri Uffici in un gruppo di case che chiudeva ad est (come chi dicesse fronte mare) la Piazza Grande, che dopo le demolizioni al centro e l’interramento del Mandracchio, ma con ancora in mezzo un giardino a far da quinta, si avviava a diventare la più grande piazza d’Europa sul mare (Praça do Comercio a Lisbona é molto più grande, ma purtroppo per lei si affaccia sul Tago, che é un fiume, per l’esattezza un grande estuario, che sino a Cascais ed al conseguente Atlantico si protrae per venti buoni chilometri ancora).
Non mancavano poi molti anni al 1882, pochi anche tenendo conto della velocità con cui avveniva la realizzazione dei lavori pubblici in quei tempi, in quell’Impero, in quella Città, dove appunto nel 1882 si sarebbe celebrato il cinquecentenario della Dedizione. Mezzo millennio, e nemmeno mezzo palazzo!
E non era ammissibile, era addirittura indecoroso pensare che il Comune di Trieste potesse presentarsi a quell’appuntamento senza un Palazzo di Città degno di tal nome!
D’altra parte i soldi a disposizione non erano troppi (quando lo sono mai stati?), e le case occupate dagli Uffizi tutto sommato potevano servire ancora.
Pensa che ti pensa, si pensò ad un compromesso: quello che serviva in realtà non era un palazzo palazzo, ma poteva benissimo bastare una facciata, che unificasse nascondendolo tutto lo sconcio retrostante. Una volta a posto la facciata, tutta la piazza avrebbe acquistato un aspetto degno ed elegante, proiettando sul visitatore (e che Visitatore: l’Augusto Sovrano felicemente regnante!) un’immagine di bellezza e di ordine: l’Austria era, soprattutto, un Paese ordinato. E se anche gli edifici retrostanti avessero conservato la loro disordinata, mediterranea individualità, reciprocamente sfalsata financo nell’allineamento dei piani, che importanza poteva avere?
Furono trovati i fondi, furono acquistate le case che ancora non appartenevano al Comune, fu bandito un concorso. Parteciparono solo artisti triestini. Lo vinse l’architetto Giuseppe Bruni con il suo progetto denominato Tergeste.
Molto si é scritto sul suo stile eclettico, sulle intense suggestioni franco germanico mediterranee ispirate da quella facciata. Ma quel che importava veramente era che la Piazza Grande assumesse una sua fisionomia e che la città potesse sfoggiare Un Palazzo di Città.
Molto di più si commentò, a Trieste, quando finalmente le impalcature vennero smontate e la Facciata si presentò in tutta la gloria della sua smagliante pietra bianca: grandi finestre, bifore, con davanzali cornicioni e marcapiano a liste diritte e continue orizzontali. Tutta una selva di colonne scanalate nello sviluppo verticale.
Ad essere buoni, si poteva dire che faceva un po’ di mal d’occhi, ma non si vede, e non si é mai visto motivo per cui i triestini avrebbero dovuto essere buoni con un triestino, tanto più se architetto, e di successo per giunta.
Crocante, Budel de Lionfante, Palazzo Sipario, Castel de Mandolato furono le prime proposte ufficiosamente avanzate dalla popolazione per battezzare l’opera.
Ma la serena oggettività, persino a Trieste, riesce qualche volta a spuntarla: quell’intersecarsi di stecche orizzontali con sbarrette verticali poteva suggerire all’occhio non prevenuto soltanto un oggetto noto (alla pop art mancava ancora quasi un secolo). Questo serrato intreccio di elementi architettonici così caratterizzati avrebbe finito per imporre anche ai più prevenuti la propria oggettiva concretezza.
E così con serena, spassionata, solare visione della realtà, i triestini tutti diedero al Palazzo il nome che meglio il suo aspetto suggeriva, nome con cui dopo centotrenta e più anni lo conosciamo: Palazzo Cheba.
Si sa che é quasi normale, per quanto universalmente vietato, parlare di corda in casa dell’impiccato. Ed é ovvio. Mentre si conversa con qualcuno che soffre di una qualsiasi caratteristica di cui non si debba parlare, il nostro cervello carica un’istruzione di base. Nell’esempio, l’istruzione di base “non parlare di corda”. Ma la corda di cui non si deve parlare continua a girare, attaccata all’istruzione di base, a snodarsi nei nostri dendriti, fino ad emergere a livello vocale. É totalmente inevitabile. Conversando con un privo della vista ad un certo punto salteranno fuori quantomeno frasi come “é evidente”, “alla luce dei fatti”, e simili. Se poi si passeggia con un cieco non sarà pensabile, vedendo che sta per calpestare qualcosa che non é il caso di calpestare, avvertirlo altrimenti che con “ocio!”.
E così fu per l’Architetto Giuseppe Bruni. Quando lui era presente c’era sempre qualcuno che pur ignorando tutto dell’ornitologia, non poteva fare a meno di parlare di canarini e di pappagallini. Si parlava di un lavoro era minuzioso e tedioso definendolo con l’espressione triestina corretta, che é “lavor de chebe”. E si parlava ancora del Barone Revoltella, che per un affare di qualche milione di fiorini “el stava per finir in cheba”. Non era cattiveria, era il meccanismo stesso della mente umana, meccanismo che addirittura porta la parola tabuata ad emergere fuori dal contesto. Così una “cofa” ovvero cesta di ortaggi diventava invariabilmente una “cheba”.
Ancora relativamente giovane per incarichi di simile prestigio, l’Architetto si adombrò. E tanto più in quanto sempre più chiaramente comprendeva che non si trattava di sola invidia e maldicenza, virtù diffusissime in città ed alle quali bene o male qualsiasi triestino di successo, volente o meno, si abitua. Non passava più marinavia dopo aver sentito un marinaio chioggiotto apostrofare un compaesano con uno squillante “I ta morti in cheba”. E quanto più si adombrava, tanto più i suoi interlocutori facevano attenzione a non urtarlo, e facevano attenzione a richiamare i loro vicini a controllare il linguaggio, sicché dopo qualche mese l’apparizione dell’Architetto era fatalmente scandita da raffiche di colpetti di tosse e da una specie di kung fu di leggere gomitate. Un trionfo di complicità di occhiate traverse per ricordarsi reciprocamente di non menzionare le maledete chebe.
E così andò in depressione, anche se a quei tempi non usava chiamarla così.
La targa in cristallo murata sullo stipite in pietra dove fino al 1938 posava Tinza (o forse era Marianza) ci ricorda che l’Architetto sopravvisse di soli due anni al suo capolavoro. Terminati i lavori nel 1875, morì infatti nel 1877. Ed ecco come andò.
Era una tarda mattinata festiva, e Bruni entrò in Tergesteo per bere qualcosa (forse una framboa, forse un caffé), per vedere qualcuno, per fare due chiacchiere, per tirarsi un po’ fuori da quel nero che lo opprimeva.
Sedevano ad uno dei tavolini il Podestà, cavalier D’Angeli, il Presidente della Deputazione di Borsa Ignazio Brühl, e due o tre altri dei maggiorenti di questa città, in allora sì fiorente per traffici e commerci. Non si trattava di sprovveduti: erano tutti dei manager abituati ad un ferreo autocontrollo in trattative che spostavano merci, denaro, investimenti, noli, polizze per valori enormi, in quantità cospicue ed a ritmi vertiginosi, imprenditori consumati nel trattare con chiunque, e se erano arrivati alle posizioni che occupavano, probabilmente anche a metterli nel sacco. Conoscevano perfettamente almeno quattro lingue (tedesco per i rapporti con i Pubblici Poteri, italiano, o meglio triestino per la quotidianità, francese per parlare con la moglie (e chi avrebbe sposato una ragazza priva di francese e di pianoforte?) senza farsi capire dai figli, inglese per molte relazioni commerciali, e se come spesso accadeva erano o discendevano da immigrati, ovviamente padroneggiavano anche la lingua d’origine, che poteva essere che so greca, serba, ceca o magiara). Nei neuroni di persone come queste, tutte le parole di tutte le lingue stavano disciplinatamente al loro posto di lavoro e non uscivano se non nel momento opportuno. E certo non avevano bisogno di inscenare una commedia degli sguardi, né di tossicchiare e men che mai di darsi di gomito. Ed infatti all’apparire del Bruni non si guardarono, non tossicchiarono e non si diedero (quando mai) di gomito.
E così loro stessi non capirono come accadde che, quando il Podestà D’Angeli, inquadrando il nuovo arrivato ed aprendogli un sorriso ben più che di circostanza, esclamò “ah, eco quà el nostro ...”, riuscissero ad esclamare in coro un tonante e gioioso “Architetto Chebat!”.
Fu un attimo, di cui nessuno seppe ridere, né allora né mai più, un attimo di cui, da subito tutti si vergognarono, e proprio perché era rigorosamente non voluto. E meno voluto che mai fu il risultato: l’Architetto divenne mortalmente (era la parola) pallido, girò sui tacchi ed uscì.
Nessuno gli corse dietro per fermarlo: non erano tempi in cui un facoltoso maggiorente, o se é per questo anche uno stentato piccolo borghese potesse pensare di correre, o anche solo di affrettarsi, per raggiungere qualcuno che non fosse almeno Arciduca, e di sangue imperiale e reale, e men che mai di bloccarlo: questo non lo facevano nemmeno i servi di piazza.
Ma se anche a qualcuno fosse venuta l’idea, lo sguardo omicida del Podestà lo stava congelando. Furibondo che si potesse pensare che lui fosse in qualche modo coinvolto nella goliardica piazzata, lui che fra l’altro stimava Bruni moltissimo, impallidì a sua volta, ed a sua volta girò sui tacchi e se ne andò senza dir nulla a nessuno.
Brühl e gli altri girarono sui tacchi se ne andarono a loro volta senza dir nulla a nessuno.
L’Architetto Giuseppe Bruni senza dir nulla a nessuno rientrò a casa, si chiuse in salotto, estrasse da un cassetto un revolver e si tolse la vita.

 

Fabio Maj

febbraio 2011