Dialetto, mon amour

a cura del prof. Alanz per TuttoTrieste.net

"Applicare all'organo / ufficiare con coscienza il rito / rimuovere al termine della funzione". Istruzioni piú complesse di queste difficilmente si attaglierebbero ad una cerimonia cosí spontanea e naturale, cui solo la necessità di limitare la diffusione incontrollata del genus homo e di altri temibili agenti patogeni ha il diritto di imporre regole, norme e barriere.

Altrettanto spontaneo e naturale è parlare in dialetto, ed altrettanto innaturale sarebbe pretendere di imporre regole, norme e barriere ad un modo di esprimersi che forse piú fedelmente di qualsiasi altra cosa rispecchia le tradizioni e lo spirito di un popolo. Il dialetto si parla "cussì come che vien", nel modo in cui lo si è appreso dai nonni, dai genitori e dai coetanei senza nemmeno accorgersene. Rimbrottare uno per aver detto "imbombì" invece di "inzumbà" sarebbe un atto inconsulto, antipatico e privo di senso che servirebbe soltanto ad introdurre delle ulteriori microfratture sociali (come se ne avessimo bisogno) fra Servola e Roiano, fra avvocato e tassista, fra bisnonna e bisnipote.

Il dialetto è un modo d'esprimersi vivo e come tale soggetto all'evoluzione: pretendere di metterlo sotto spirito, di imbalsamarlo in una forma fissa e statica, significherebbe ucciderlo. Tuttavia...

Tuttavia c'è stato chi ha tentato di cancellare i dialetti con metodi anche piú drastici: fatta l'Italia si trattava di fare gli italiani, impresa non del tutto facile quando quel patchwork di popoli ammucchiati insieme alla bell'e meglio si ostinava a parlare in cento modi diversi e mutuamente incomprensibili. Cosí una capillare distribuzione di maestrine dalla penna rossa sul territorio nazionale si è accinta a cacciare in testa a tre generazioni consecutive che parlare in dialetto è cosa plebea, poco fine, da evitare ad ogni costo.
Con un certo successo, bisogna ammetterlo: ancor oggi chi si presenti in un negozio parlando ingenuamente in dialetto e si senta rispondere gelidamente "in lingua" prova l'imbarazzante sensazione di essersi fatto beccare coi pantaloni calati. Già, perché parlare in dialetto implica una qual spontanea complicità, e sentirsela negare frappone una barriera di gelido cristallo fra gli interlocutori - un po' come offrire una sigaretta e sentirsi rispondere con un'acida predica sugli effetti nocivi del fumo.
In particolare quando chi in tal modo si nega rivela inequivocabilmente le proprie origini giacobine (di S. Giacomo, dico) con un "Se à piacære si acåmodi da quæsta pârte" [la resa fonetica presenta i suoi problemi] che esclude di brutto l'eventualità che quei panni siano mai stati risciacquati in Arno.

L'ultimo efficacissimo chiodo sulla bara del dialetto è venuto poi con la televisione, che in pochi anni è quasi riuscita a rimpiazzare il toscano maccheronico delle maestrine dalla penna rossa con un romanesco di borgata davanti a cui Trilussa vomiterebbe inorridito. Ciò non tanto negli adulti, piú coriacei ai mutamenti, quanto nei bambini che si affrettavano ad imitare i loro idoli coetanei che romanescheggiavano sguaiatamente dalla scatola delle frottole.

Poi, beninteso a cose fatte, abbiamo cominciato ad accorgerci che come in tutte le cose umane l'appiattimento può avvenire solo verso il basso: buttando via il dialetto (e con lui le tradizioni) in nome di una mai raggiunta e probabilmente irraggiungibile omogeneità, in cambio non abbiamo acquisito nulla che lo sostituisse. L'italiano va benissimo come lingua franca, ma non porta con sé alcuna tradizione degna di nota: le tradizioni appartengono ai singoli popoli, non ai patchworks - né si possono inventare con un ventennio di roboante retorica come qualcuno ha provato a fare.

Fortunatamente il dialetto nel suo comportamento ricorda l'ippocastano potato a cura del Comune: pur ridotto ad una specie di palo, in qualche suo modo misterioso la primavera successiva riesce lo stesso a metter fuori un paio di foglioline, poi qualche ramoscello, poi un ramo vero, poi... poi di solito lo potano di nuovo.
Il fatto è che la vita, vista la mala parata, si nasconde negli strati profondi ed inaccessibili all'accanimento terapeutico, salvo tornar fuori inattesa quando le condizioni si fanno meno sfavorevoli. Quando tira aria cattiva un virus cristallizza, un ghiro va in letargo, un dialetto sparisce dalla vita ufficiale ma sopravvive sotterraneo nella parlata di coloro che per le ragioni piú varie non hanno paura di esser considerati 'poco fini': o perchè 'fini' non lo sono mai stati, o perchè lo sono già comunque, o perchè hanno deciso di riconoscere al dialetto una dignità spontanea che l'italiano, cosí svilito da giurisprudenza, burocrazia e televisione, impiegherà dei secoli a riguadagnare.

Oggi tira un'aria migliore: purché uno dimostri di padroneggiare bene la lingua franca, raramente si trova collocato un paio di ceti piú in basso solo per essersi espresso in dialetto alla presenza di una Persona Che Conta; se un bambino dà del bruto mona al compagno che gli ha fregato la merenda difficilmente compare dal nulla una maestra arcigna a prenderlo per un orecchio sibilando "Si dice citrullo! Anzi, non si dice!"; se uno racconta una barzelletta in buon dialetto sono sempre di meno le ragazze che fanno finta di non capire.

Certo, una parte delle vecchie parole è caduta nel dimenticatoio sia a causa degli anni di disuso, sia per l'inesorabile scomparsa dell'oggetto che un tempo significavano: 'scuria' ormai si usa poco non perchè il termine sia stato sostituito da 'frusta', quanto perchè oggi per far partire un'automobile recalcitrante occorre ben altro.
Certo, il dialetto che sta tornando alla luce dopo i decenni bui è un dialetto 'resentà', in cui molti vecchi termini caratteristici sono rimpiazzati dagli omologhi italiani rozzamente adattati alla fonetica locale: el spagnoleto che fumava lo zio marittimo con una gamba sola è diventato la sigareta o, quando va bene, el cichìn. Te molo un papìn si è rammollito in un piatto 'te dago una sberla'. E la vecchia carega, madre del 'cadreghino' tanto caro ai reggitori della cosa pubblica, si è banalizzata in una molto più insipida sedia foneticamente indistinguibile da quelle in uso a Milano o a Torino.
Qualcosa si può ancora recuperare, a patto di adoperare i termini desueti con naturalezza e senza forzature. Il resto ormai è andato e sarà saggio lasciarlo dov'è: se un termine non prende piede con facilità vuol dire che non c'è piú il terreno adatto.

Ma pian piano, sommessamente, pare che in qualche suo modo misterioso il dialetto in certi ambienti ristretti stia riprendendo vita. La cosa fa un piacere addirittura indecente.

alanz

 

Un paio di consigli per chi vuol cimentarsi nel triestino scritto